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RICERCA ESPLORATIVA DELLA GARBATELLA

Ricerca esplorativa della Garbatella Di Serafina Biagioli, Livia Fatiganti, Michele Guido, Nicola Leone, Raffaela Pretto, Stefania Ranieri, Luca Ruggiero. Potremmo provare a sintetizzare Garbatella così: quartiere silenziosamente in lotta tra vecchio e nuovo tra un noi e gli altri. Dalla carta da parati alle tag passando per orti e centri sociali, vecchi e giovani, cultura che soffre di solitudine e cultura che prova a sopravvivere. La prima impressione usciti dalla metro Garbatella è quella di

 

Ricerca esplorativa della Garbatella

Di Serafina Biagioli, Livia Fatiganti, Michele Guido, Nicola Leone, Raffaela Pretto, Stefania Ranieri, Luca Ruggiero.

Potremmo provare a sintetizzare Garbatella così: quartiere silenziosamente in lotta tra vecchio e nuovo tra un noi e gli altri. Dalla carta da parati alle tag passando per orti e centri sociali, vecchi e giovani, cultura che soffre di solitudine e cultura che prova a sopravvivere.
La prima impressione usciti dalla metro Garbatella è quella di trovarsi in un quartiere periferico: grandi palazzi di otto piani, negozi, macchine per strada e gente che affolla i marciapiedi. Avevamo già letto del quartiere su internet, sapevamo della “città giardino” e non vedendo nella parte nuova questa specifica caratteristica, ci siamo incamminati incuriositi direttamente verso la parte vecchia.
Alla ricerca dei Lotti ci imbattiamo nel cortile interno di una grande palazzina, una parte di noi ha avuto l’impressione di entrare in un luogo malavitoso, un agglomerato di appartamenti gli uni attaccati agli altri come a formare un grande muro di gente. Ripensando al movimento della folla che si unisce ci è venuto in mente come il potere autoritario che andava nascendo in quegli anni nel primo dopoguerra potesse temere più una massa compatta di persone che tante piccole unità separate tra loro.
Uscendo fuori dal cortile del palazzo notiamo come le mura esterne siano tappezzate con carta da parati. Sotto si intravedono ancora le tag. Una contrapposizione tra due attività di decorazione, una vecchia, la carta da parati, e una nuova, i murales. Sembra che ci stiano parlando di rapporti tra diverse generazioni intente ad affermare il possesso di una proprietà. Viene anche alla mente una reazione nei confronti di ciò che di nuovo arriva nel quartiere.
Decidiamo di sfruttare la possibilità di fare colazione per chiedere delle informazioni circa il quartiere, alcuni di noi ascoltano una curiosa conversazione: un giornalaio si lamenta con il barista del fatto che vengono acquistati solo biglietti dell’atac e ricariche ma non giornali. Questo aspetto ci fa pensare che Garbatella sia anche una zona di transito e relativamente chiusa alle notizie del resto del mondo. Inoltre, cosa che poi noteremo anche sui muri di tutto il quartiere, il posto sembra essere quasi totalmente dedicato a “romanisti sfegatati” (ovvero convinti del tifo per la propria squadra).
Dopo il caffè ci addentriamo nella zona dei lotti ed è evidente il distacco architettonico tra questa zona e quella che ci siamo appena lasciati alle spalle: una piccola comunità divisa in gruppi, ognuno dei quali impegnato a occuparsi letteralmente del suo “orticello”, il modello abitativo che i lotti propongono è più o meno questo, è come se rappresentassero un modo per strappare una porzione di terra alla città “ruralizzandola”. Entrando in questa parte del quartiere si ha come la percezione di un tempo che scorre in maniera diversa, più lenta, esattamente come succede in campagna, dove i ritmi sembrano più rilassati e le novità, come anche le rivoluzioni arrivano sempre in ritardo.
Guardando i lotti notiamo che sono chiaramente distinguibili dal resto. Ogni lotto ha un bassorilievo in cui viene indicato il suo numero e la posizione della portineria In tutti i bassorilievi una parte è stata rimossa: due anziane signore ci raccontano che si tratta del simbolo fascista la cui cancellazione viene vissuta come un furto politico della parte avversa nei confronti di quel luogo. Le due ci narrano di come una volta il curare gli spazi comuni fosse un’attività diversa da quella di oggi in cui si pensa a pulire solo il pezzo dinnanzi casa. Ci viene portato l’esempio del mercato, dell’ospedale e della scuola che in tempo fascista funzionavano erogando una moltitudine di servizi e in cui si attivavano una moltitudine di relazioni, contrapposto all’attualità in cui si accosta una carenza di risorse ad una sensazione di solitudine. Camminando ci imbattiamo in questa frase incisa nel cornicione di un lotto “labore parta domus tanto mihi (sunt) dulcior gratum a contentio nibus refugium”. La frase sembra rimandarci all’idea che quel luogo sia associabile al lavoro come dimensione che ti garantisce la possibilità di stare lì.
Scambiando due chiacchiere con un carabiniere ci sembra che una delle questioni che attraversano il quartiere sono le manifestazione e le questioni di ordine pubblico che rimandano a una forte presenza di associazionismo.
A questo punto il gruppo si divide in due parti: una che tenta un approfondimento nella parte vecchia e l’altro che invece lo tenta nella nuova.
Chi va a visitare la parte nuova racconta di essere stato in alcuni giardini comunali e la prima impressione avuta è quella di un luogo abbandonato e poco curato con un campetto asfaltato senza porte e reti, con affianco una serie di panchine malridotte. Salendo per delle scale si arriva in uno spazio in cui i cittadini portano i cani al passeggio. Proprio qui incontriamo un anziano signore che si avvicina incuriosito, e presentandoci come studenti universitari, gli chiediamo di parlarci del quartiere. Ci dice che un tempo, prima di 20 anni fa, il quartiere era molto malfamato, soprattutto la zona dei lotti, ma da una 15ina di anni a questa parte la cose sono cambiate perché i villini sono stati venduti e adesso ad abitarci c’è “gente perbene”. Finendo la discussione però ci esorta ad andare a parlare con i negozianti perché è convinto che alcuni di loro paghino ancora il pizzo. Lo salutiamo e ci dirigiamo verso il ponte nuovo. Ci accostiamo ad una zona limitrofa alla metro e lì ci accorgiamo dalle scritte sui muri, dalle birre sparse per terra, dai mozziconi di sigarette e di cannabis che quella sia una zona frequentata da giovani, almeno di notte. Ci viene in mente così che forse per poter osservare la loro presenza bisognerebbe tornare la sera tardi.
Ci affacciamo dalla balconata e vedendo il ponte lo associamo ad una montagna russa che comunque stona con il resto del paesaggio, come una persona anziana che si fa il lifting per ringiovanirsi, esagerando a tal punto da farlo sembrare una caricatura di un quartiere moderno.
Nel frattempo l’altra parte del gruppo nel dialogare con un anziano ha avuto l’impressione che il disorientamento di questo nel rispondere a domande sulla storia e l’architettura del quartiere corrispondesse al disorientamento di questa parte del gruppo a connettere il tema con l’obiettivo del laboratorio. Ripensando all’obiettivo del laboratorio diviene interessantissimo lo scambio avuto con un sacrestano: gli chiediamo di associare tre parole mentre pensa a Garbatella e la prima che gli viene in mente è “paese” e ci racconta di come Garbatella assomigliasse al suo luogo di origine, essendosi trasferito da un paesino di provincia a Roma negli anni 80 circa, ci dice che ciò gli ha permesso di sentire il passaggio meno traumatico; la seconda è “città in trasformazione” inteso come luogo che vedeva un rapido evolversi di lavori e luoghi di aggregazione, la terza parola è “solidità di valori”, e secondo lui questa solidità caratterizza il quartiere che sotto quest’aspetto è rimasto lo stesso da quando è arrivato qui. Nonostante la sua collocazione non è secondo lui la cristianità il valore rimasto immutato. Nel corso degli anni infatti, per lui, il concetto si è molto trasformato tornando ad essere sempre più una cosa in cui credi ma che pratichi fuori da una collettività. Salutandoci con il sacrestano ci comunica un interesse in quello che stiamo facendo, suggerendoci un vendutissimo giornale di quartiere e di una videocassetta sulla storia dello stesso, mettendo in contrasto gli scambi di oggi basati sul volerti vendere qualcosa alla nostra attività di ricerca di un significato. Alla fine dell’intervista abbiamo l’impressione che si fossero ribaltati i
ruoli: ora era lui che ci chiedeva di “rubarci ancora un minuto del nostro tempo”, mentre si era iniziato al contrario. Questo ribaltamento evoca in noi, ancora una volta, la solitudine di cui si parlava prima, la difficoltà a comunicare in una realtà che “va troppo di corsa”, che si trasforma rapidamente e vede cambiare anche il modo di crescere i giovani che, Raffaele, ci racconta crescevano fino a 20 anni prima nei cortili dei lotti, che accoglievano la comunità come un recinto sicuro, sotto gli occhi delle madri e degli anziani; oggi, racconta, è diverso: nessun genitore si sognerebbe mai di lasciare il proprio figlio nel cortile.
Garbatella ci appare scissa tra il vecchio ed il nuovo, tra chi ha fatto la storia ed il moderno, il non conosciuto. Interessante notare come nella zona nuova vi sia un negozietto bangladese e l’aver incontrato una mamma con la propria bimba cinesi nel parco come potessero essere l’inizio di una evoluzione culturale. Il nuovo, l’interculturalità si pone come il nuovo ponte dalle ali bianche in un quartiere in cui si ha l’impressione che si voglia rimanere al vecchio, per esempio non comprando i giornali (appunto quotidiani).
È sorprendente come accedendo al quartiere dalla Cristoforo Colombo si abbia una sensazione totalmente diversa rispetto a Garbatella. Gli orti urbani che nascono al confine col palazzo della Regione Lazio fanno pensare a una comunità coesa che individua nella condivisione di spazi verdi da custodire una risorsa contro l’avanzata degli speculatori edilizi dai quali si sente minacciata. Il progetto orti urbani (promosso da Lega ambiente e Casetta Rossa, un centro sociale che si fa carico anche di una porzione della domanda culturale del quartiere) sembra proporsi come un’occasione di socialità per gli abitanti del posto. Se esaminiamo i criteri di assegnazione dei terreni notiamo tre aspetti interessanti: il primo è che gli abitanti del luogo hanno la priorità per quanto riguarda la possibilità di affittare, il secondo è che il contratto d’affitto scade al termine del quarto anno e non è rinnovabile, il terzo è che se il terreno viene lasciato incustodito il contratto d’affitto cessa e l’affittuario viene invitato ad andarsene. Queste caratteristiche sebbene sembrino narrarci di una comunità che difficilmente si apre all’incontro con l’estraneo, ci raccontano però anche di un gruppo che cerca di autodeterminarsi individuando nel contatto con la terra una risorsa. Importante anche il fatto che la condizione che rende “proprietari” del terreno sia data non solo dal semplice risiedere in Garbatella e pagare un affitto ma nel dimostrare effettivamente di prendersi cura di ciò che si è messo a frutto (pena la revoca del contratto di cui sopra) che dimostra la volontà degli abitanti di produrre dei beni da quello spazio, e non di affermarne la mera proprietà.

L’attenzione per l’ambiente che storicamente caratterizza gli abitanti della zona può diventare una risorsa nel momento in cui si pensa di proporre degli interventi. Alla luce di quanto scritto pensiamo che una possibile questione che si possa trattare con questo quartiere è il senso di solitudine che ci ha trasmesso. Solitudine che ci fa pensare a un viversi i rapporti con l’esterno in modo problematico, in concomitanza a ciò che ci sembra che accada all’interno, ovvero una sorta di unione contro il nemico. Pensiamo ai gruppi di tifosi della Roma, al giornale di Garbatella, ai gruppi antifascisti, e all’affittare gli orti pur di non lasciarli in mano agli speculatori edilizi. Forse tutte queste risorse potrebbero essere ripensate per costruire relazioni produttive con l’esterno.

fonte http://narrazioni.altervista.org/resoconto-garbatella/