LUNGOTEVERE (I MIEI OCCHI MALATI)


LUNGOTEVERE (I MIEI OCCHI MALATI)

 

Piange il fiume
nella notte fonda
in un fruscio lieve
di seta.
Fredde scintille
di luci perdute
volteggiano sui gorghi
e fuggono lontano.
Non so dove,
ma lontano.
Sulla riva
io, un uomo,
solo e sperduto nella città che dorme.
Io e te,
un uomo e un fiume,
insieme,
a parlare.
"Chissà
che sono
quelle luci leggere
che trapuntano l'acqua..."
Penso.
"Forse...
sì, forse
sono il ricordo assopito di tanti,
che, annullando se stessi nell'onda tua fredda,
hanno creduto annullare
l'affanno,
l'ansia,
il dolore,
che un ingiusto destino
- questo, questo credevano -
esagerò nel dar loro.
Forse è così
fiume.
E allora comprendo:
paterno
tu conservi il ricordo d'ognuno;
tu t'ammanti di luci notturne
perchè io,
un altro uomo,
mi rammenti di loro
e mi risenta sereno".

Ma no.
Un brivido freddo
mi prende.
Mi scuoto
e mi guardo intorno.
C'è tanta pace qui;
tutto è silenzio.
Ma silenzio di morte.
Solo tu vivi,
fiume che scorri.
Anche loro son morti
ombre d'amanti
furtivamente nascosti nel buio
a scambiarsi
frementi
promesse di falso,
ingannando l'un l'altro, il mondo e se stessi,
amando i fiori, sì,
ma per calpestarli.

Possibile
che essi non vedano
quelle luci...
Quelle luci
eternamente armoniose,
belle
sulla musica delle acque tranquille...
"Che sono, fiume, quelle luci,
immobili. eppur sempre in moto,
uguali, seppur così varie?"
Tu stesso lo ignori
e non mi rispondi.
"Ma ecco,
d'una cosa
voglio pregarti, o fiume.
Quando un giorno funesto
anch'io rimarrò senza luci,
- fiume,
t'imploro! -
tu prendile
e falle danzare tra l'onde.
Io le vedrò"

Alberto Bencivenga

 



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